la Povertà

Nella vita di San Felice la pratica della povertà ebbe, assieme a quella dell’obbedienza, l’attenzione più assidua. Cercò si svuotare sè stesso, di liberare la mente e il cuore da “ogni cosa che sta sotto il cielo”, di cancellarsi per rendersi docile, trasparente strumento nelle mani di Dio, che agiva attraverso di lui.

Ai dubbiosi, agli smarriti, agli afflitti, ai tribolati, agli oppressi, dava conforto, consiglio, consolazione di fede e di speranza cristiana. Era un frate cercatore e come tale per 43 anni fu a contatto quasi continuo con tutte le famiglie della città e dei dintorni. Un po’ alla volta diventò l’ASPETTATO.

Per ogni dubbio, per ogni caso complicato, per ogni decisione importante si diceva: “Sentiamo prima il consiglio di Fra Felice, ne parleremo a fra Felice quando verrà a questuare, chiederemo a fra Felice di fare una novena alla Madonna”.

Era povero ma sapeva DARE, e dava il meglio di sè stesso, dava tutto se stesso come se il suo cuore fosse un bisaccia magica che più se ne tolgono tesori e più se ne riempie.

L’amore verso gli altri

In frate Felice l’amore che nutriva per gli uomini, la misericordia senza confini non erano cosa diversa dell’amore che aveva per Dio. Anzi, l’amore per gli uomini era il modo in cui faceva vedere quanto amava Dio.

Egli aveva una qualità particolare: la presenza. Era sè stesso in ogni circostanza, dalla quale mostrava di non essere dominato.

Frate Felice non pretendeva di possedere la verità, ma agiva ponendosi in ascolto degli altri, convinto che fossero gli altri a rivelargli momento dopo momento la volontà di Dio sulla sua vita. La verità per lui era un evento, un incontro. Accogliere la verità significava accogliere l’altro.

Non sentiva di dover portare gli altri dentro il progetto di Dio. All’opposto, erano gli altri che, con le loro richieste palesi o nascoste, si proponevano a lui come progetto di Dio su di lui. Si lasciava convertire dagli altri. Si poneva in ascolto e a servizio degli altri. Dipendeva dagli altri. Era attento agli altri. Amava gli altri con tutto sè stesso e pregava continuamente per loro. Per loro si offriva come vittima sacrificale. E gli altri poi, si convertivano, cambiavano l’impostazione e la direzione della loro vita.

Gli altri venivano prima di tutto e prima di sè stesso che essendosi spogliato di ogni cosa, poteva accogliere tutti senza riserve.

Portava dentro di sé le storie degli altri, come una madre porta ad ogni istante dentro di sè il proprio figlio. Diventava madre per gli altri, per i poveri in modo speciale. Era affabile con tutti, tanto nel parlare che nell’operare e nelle circostanze sia spirituali che temporali aiutava e soccorreva tutti senza distinzione di persone.

Era un questuante di domande d’aiuto: a nessuno diceva di no. Come poteva fare la negativa al Signore che gli stendeva la mano?
Il suo era un Dio fatto uomo. Un Dio che era entrato in un mondo fatto di dolore, miseria, povertà e violenza. Il suo Dio aveva il volto del mondo che ogni giorno all’uscita dal convento, lo assaliva con la sua disperazione. Il dialogo che aveva iniziato con Dio nell’Eucarestia mattutina proseguiva
nel dialogo con questo mondo, ora lieto, ora addolorato, ma sempre illuminato dall’affetto e dalla tenerezza.

La sapienza

San Felice era come San Francesco e i suoi primi compagni che nessuno riusciva a incasellare in categorie razionali e rassicuranti. I santi come San Felice si sono messi senza esitazione su questa strada donando tutto quello che avevano, donando senza riserva tutto se stessi, creando un
mondo contrapposto a quello che diciamo reale. È un mondo rovesciato, dove il primo è considerato ultimo e l’ultimo primo, dove il basso diventa alto, il servo padrone.

Si realizza così un particolare rovesciamento secondo il quale se qualcuno vuole salire in alto deve scendere in basso. Si nasconde in questo ribaltamento il segreto delle cose. I santi come San Felice
ne erano tanto convinti che rivendicavano per sé la gioia dei servizi più umili.

Sono usciti dalle loro case, e oltre la soglia della loro intelligenza e del loro cuore hanno incontrato la SAPIENZA, che non è la stessa cosa del sapere, è anzi il suo esatto contrario. Non è specialità di pochi, né patrimonio di coloro che noi diciamo intellettuali.

Consiste nella capacita di sperimentare il particolare nel tutto.

Sapienza è l’armonia personale con la realtà.

Esige la trasparenza e l’autenticità della vita.

Più che al sapere assomiglia al non sapere. Non è scienza ma esperienza critica della realtà. E siccome si conosce solo ciò che si ama questa è l’unica via per conoscere Dio e il cuore dell’uomo.

È la via che percorrono i Santi.

San Felice, analfabeta per tutta la sua vita, ha potuto raggiungere i vertici delle sapienza, perché aveva mente e cuore puri e un amore aperto all’infinito.